Pechino 1989, Hong Kong 2019

Fernando Orlandi e Giuseppe Scortino discutono con Ilaria Maria Sala, nel 1989 studentessa a Pechino

Incontri e convegni , Convegno

Fernando Orlandi e Giuseppe Scortino discutono con Ilaria Maria Sala, nel 1989 studentessa a Pechino e ora, da anni, corrispondente di prestigiose testate internazioli quali "The Guardian" e "Wall Street Journal".

L’inverno del 1988-89, ricorda Ilaria Maria Sala (“Pechino 1989”, Una Città, 2019), “fu un periodo di straordinaria apertura per la Cina. Nell’aria si respirava un fermento sociale, politico e culturale che dava a molti l’illusione di avere davanti infinite possibilità”. I giornali, le riviste e i libri che venivano pubblicati erano più interessanti che mai. Qualche tempo prima l’Associazione degli scrittori, un clone di quella sovietica, controllata dal Partito Comunista Cinese (PCC), aveva per la prima volta ricevuto il permesso di eleggere liberamente i propri dirigenti. Ed erano state elette due persone perbene: Ba Jin presidente e Liu Binyan vicepresidente. Ba Jin aveva sostenuto la necessità di creare un Museo della (cosiddetta) Rivoluzione Culturale, affinché non si dimenticassero gli orrori di quella follia maoista.
Hu Yaobang, era stato nominato presidente del PCC nel 1981 (e dopo l’abolizione di questa carica l’anno successivo, segretario generale), e poi forzato alle dimissioni da Deng Xiaoping e dalla gerontocrazia del partito e delle forze armate perché aveva attuato politiche riformatrici, cercato di tagliare i fondi alle forze armate, e si era mostrato pragmatico verso i tibetani, arrivando a scusarsi per come la Cina aveva mal governato quella regione. Hu era giunto ad affermare che il comunismo “non poteva risolvere tutti i problemi dell’umanità” e quando gli venne chiesto se le teorie di Mao avevano una qualche utilità per la Cina moderna, rispose di no. Le manifestazioni studentesche del dicembre 1985-gennaio 1986, con le loro rivendicazioni di liberalizzazione economica e politica e libertà democratiche di tipo occidentale, segnarono la fine politica Hu Yaobang. Per i vecchi del partito delle forze armate, avrebbe dovuto reprimerle.
Dinanzi agli intellettuali e alla società Hu Yaobang divenne così l’uomo che rifiutava i compromessi sulle proprie convinzioni e che per questo aveva pagato con la perdita del potere. Deng Xiaoping lo fece rimpiazzare da un insignificante quanto mediocre funzionario dell’apparato del PCC, Li Peng, poi noto come il “macellaio di Pechino” per il ruolo che svolse qualche anno dopo, nel massacro della Tian’anmen.
La morte di Hu Yaobang nella primavera del 1989 diede il via a manifestazioni, sempre più imponenti: si chiedeva la sua riabilitazione, ma si chiedevano pure liberalizzazioni, lotta alla corruzione e stato di diritto, peraltro, formalmente, le politiche del PCC.
Come terminò, lo conosciamo tutti: il 20 maggio venne dichiarata la legge marziale e il 4 giugno ci fu il massacro della Tian’anmen: l’esercito in assetto di guerra, impiegando persino i carri armati, contro pacifici manifestanti. Una strage, della quale ancora oggi non conosciamo l’esatto costo umano pagato dalla popolazione. Il PCC mostrava nuovamente il suo vero volto. Questo nello stesso giorno in cui in Polonia Solidarność stravinceva le prime elezioni semi-libere del paese.
Già: nel 1989 inizia a sgretolarsi l’impero esterno dell’Unione Sovietica. In Cina la risposta alle richiese di democrazia fu una repressione sanguinosa.
Il Museo della Rivoluzione Culturale di Ba Jin rimase un sogno. Da allora non si potrà più parlare della follia maoista della seconda metà degli Sessanta, così come non si potrà parlare del massacro della Tian’anmen e dalla spietata repressione che seguì in tutto il paese.
Da allora la Cina è diventata il paese della grande rimozione, della grande amnesia. Il paese ha conosciuto un grande sviluppo economico, cui si è man mano accompagnata una postura sempre più assertiva sulla scena internazionale. A questa ascesa della Cina si è accompagnata l’ascesa di Xi Jingping, che formalmente oggi nelle sue mani ha un potere maggiore di quello di Mao Zedong, ma che non dispone del carisma e dell’autorevolezza indiscussa del “grande timoniere”.
La Cina di oggi preoccupa non solo per la sua postura assertiva, ma per le repressioni interne degne di un Totalitarismo 2.0, fondato su un controllo sociale non più basato sugli uomini sulla sicurezza di stato ma sull’uso delle nuove tecnologie (controllo degli smartphone, geolocalizzazioni, controllo delle chat, riconoscimenti facciali) a partire dalle applicazioni dell’Intelligenza Artificiale.
Cosa accade lo vediamo nelle dure politiche attuate contro gli uiguri del Xinjiang: internamenti e imprigionamenti su vasta scala, “rieducazione” e sottrazione dei figli alle famiglie.
Quanto questa Cina sia poco capace di esercitare soft power e appaia una minaccia per la libertà delle popolazioni lo testimonia quanto sta accadendo a Hong Kong.

Ilaria Maria Sala nel 1989 studiava cinese a Pechino e ha vissuto i giorni del massacro della Tian’anmen. Da anni vive a Hong Kong collaborando con prestigiose testate internazionali, quali “The Guardian” e “Wall Street Journal”.
Giovedì 12 dicembre 2019 Ilaria Maria Sala parteciperà a Trento (ore 17,30, Sala conferenze della Fondazione Caritro, Via Garibaldi 33) all’incontro-dibattito “Pechino 1989 Hong 2019), discutendo di queste vicende e della Cina di oggi. Converseranno con lei Fernando Orlandi e Giuseppe Sciortino.
Quanto sta accadendo obbliga a una considerazione ulteriore: la Cina ha imposto alla sua popolazione la rimozione della propria storia recente, è diventata la “Repubblica popolare dell’amnesia”, come dice il titolo di un libro di Louisa Lim (“The People’s Republic of Amnesia”, Oxford University Press, 2014). È il partito comunista che difende se stesso, e questo si “comprende”. Meno comprensibile è che un centro studi sulla Cina di Trento si occupi di istallazioni di aquiloni e di cerimonie del tè invece di ragionare su un anniversario come il trentennale del massacro della Tian’anmen o di quanto accade nel Xinjiang o a Hong Kong.
Maurizio Scarpari (“La Lettura” dell’8 dicembre) ha posto il problema del condizionamento esercitato dai finanziamenti provenienti da Pechino sui centri che si occupano di Cina anche all’interno degli atenei. A questo si aggiunge una vecchia storia: la prassi di non concedere inviti e anche visti a si occupa o discute pubblicamente di faccende sgradite. Lo faceva sistematicamente l’Unione Sovietica. Lo fa la Cina odierna.
Per caso, sta accadendo anche a Trento?

Costi

ingresso libero


organizzazione: Biblioteca Archivio del Csseo